Skip to main content

Autore: Valeria Ferrara

LA CHIMICA DEI PROFUMI: LE MOLECOLE “AROMATICHE”

È arrivato l’inverno, che porta con sé il profumo di pioggia, di castagne arrostite e di bevande calde. Ma vi siete mai chiesti come sono fatti tutti gli aromi che sentiamo? È questione di chimica.

Profumi e odori derivano da molecole leggere che si spostano nell’aria e arrivano al nostro naso, dove vengono riconosciute da specifici recettori della mucosa e mandano un segnale al nostro cervello che crea l’immagine di ciò che il profumo rappresenta. È grazie a questo meccanismo che possiamo sentire il profumo dei limoni, l’odore della pioggia in inverno o il profumo di una torta al cioccolato appena sfornata.

Come sappiamo, non tutti gli aromi sono gradevoli e ognuno di noi ha un proprio profumo preferito. I recettori del naso, infatti, non sono tutti uguali, ma dipendono dal nostro codice genetico e sono quindi unici per ogni persona. Ciò che invece non cambia è la struttura chimica delle molecole volatili, che fanno parte di una categoria specifica chiamata “Composti aromatici”. Ogni molecola che fa parte di questa categoria contiene, infatti, uno o più anelli aromatici: una disposizione stabile di atomi di carbonio e idrogeno (Fig. 1). Le molecole aromatiche vengono suddivise a loro volta in varie famiglie: i terpeni, per esempio, danno il profumo di pino, dei limoni e di lavanda; le aldeidi sono responsabili di profumi speziati come la cannella; gli esteri sono tipici degli aromi fruttati.

Anello aromatico del benzene

Si narra che in passato sia gli Egizi sia i Babilonesi fossero esperti maestri nel preparare profumi e fragranze, infatti nei documenti giunti fino a noi si trova traccia delle loro prove per preparare formulazioni usando diverse componenti. È proprio grazie alla loro abilità di formulatori che sono stati a volte definiti “i primi chimici del passato”.
Oggi i profumi vengono preparati partendo dalla molecola responsabile della fragranza, che viene poi diluita in una miscela di acqua e alcol. Questo perché l’alcol evapora facilmente a contatto con la pelle, facilitando quindi anche l’evaporazione dell’aroma che si sprigiona nell’aria. I punti migliori dove mettere il profumo, inoltre, sono polsi, collo e dietro le orecchie. Questi sono infatti i “punti caldi” del nostro corpo dove c’è un maggior afflusso di sangue, che passando scalda la pelle e facilita l’evaporazione delle molecole aromatiche nell’aria.

D-Limonene: profumo di limone
Alfa-pinene: profumo di pino
Cinnamaldeide: profumo di cannella

Ma quindi, perché dopo un po’ di tempo il profumo sparisce e non lo sentiamo più? Che fine fanno queste molecole? È importante ricordare che l’aria che respiriamo è composta da ossigeno e questo può portare all’ossidazione – e quindi degradazione – delle molecole aromatiche. Queste possono degradarsi anche a causa della luce UV data dai raggi del sole, che rompe i legami tra gli atomi, distruggendo la struttura. Infine quando c’è vento, questo porta le molecole leggere ad allontanarsi molto più velocemente nell’ambiente circostante, disperdendo il loro profumo.

LE MIGRAZIONI TRA PASSATO E PRESENTE: ANCHE GLI UOMINI MIGRANO IN ‘STORMI’?

Il fenomeno della “migrazione” è spesso associato al mondo animale: pensiamo per esempio agli stormi di uccelli che in autunno popolano i nostri cieli, allontanandosi da un luogo freddo dove non sopravvivrebbero per spostarsi verso mete più calde. In realtà, però, anche gli uomini migrano e molto più spesso di quel che pensiamo. Quindi cosa significa “migrazione umana”? E quanto tempo fa è iniziata? Per scoprirlo abbiamo partecipato alle due conferenze dell’evento ALTROVE – Scienza e Arte in dialogo sulle migrazioni!

“MIGRAZIONI DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO”

Spesso il fenomeno dell’emigrazione degli italiani in un nuovo paese per cercare lavoro è associato all’immagine di famiglie e cittadini italiani che sbarcarono in America tra fine ‘800 e inizio ‘900. In realtà, questo fenomeno capita ancora oggi e si differenzia in due tipologie: si parla di migrazione sia verso l’estero (Paesi del nord Europa o Stati Uniti, per esempio), sia dal sud Italia verso il nord Italia

Le due speaker – Delfina Licata, sociologa e Cristina Cattaneo, economista – hanno parlato dei loro studi e della loro esperienza in questo ambito. Delfina Licata, curando assieme ad altri autori la stesura del rapporto ‘Italiani nel mondo‘ per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della migrazione, ha sottolineato un dato significativo: il numero di italiani che si sono cancellati dall’anagrafe italiana perché vivono all’estero è aumentato del 91% in meno di vent’anni. Ad oggi si stima che gli italiani residenti all’estero siano approssimativamente 6 milioni, ovvero circa il 10% della popolazione italiana, per un totale di circa 130mila expats ogni anno. I motivi che spingono i nostri connazionali a lasciare l’Italia sono principalmente legati alla sfera lavorativa e di studio: chi parte è infatti mosso dalle migliori prospettive che l’estero sembra offrire rispetto al panorama italiano.

Cristina Cattaneo invece, occupandosi di migrazioni legate al cambiamento climatico, ha sottolineato come questo fenomeno esista da sempre: intere popolazioni sono state costrette a migrare in seguito a periodi di siccità o disastri naturali che le obbligavano a cercare rifugio in luoghi più sicuri. Un altro esempio di questo tipo di migrazione è rappresentato da quelle che comunità che, dopo aver coltivato la stessa terra per generazioni, si trovavano a doverla abbandonare quando essa non produceva più risorse sufficienti.

“CE LO ABBIAMO NEL SANGUE”

Durante la conferenza, Giorgio Manzi, ricercatore paleontologo in Sapienza, ha raccontato il fenomeno della migrazione dell’Homo Sapiens avvenuto 2-3 milioni di anni fa. Le popolazioni all’epoca si spostavano coprendo un piccolo raggio di chilometri per volta: ci si stabiliva temporaneamente nel nuovo luogo per poi riprendere lo spostamento e proseguire. Cacciatori e raccoglitori erano le comunità che più tendevano a spostarsi: non producevano infatti cibo, ma lo raccoglievano dalla natura. Dal momento che i frutti della terra non erano molto abbondanti, queste comunità erano piccole, formate da pochi individui che si spostavano seguendo le stagioni. Quando i gruppi crescevano e superavano i 50-60 individui, il gruppo si divideva e i nuovi gruppi migravano a loro volta. Questo processo dunque iniziò ad allargarsi sul territorio, diventando un fenomeno sempre più su larga scala.

Questi incontri all’interno dell’evento Altrove hanno offerto un’importante occasione di riflessione, mettendo in luce temi cruciali legati alla migrazione degli italiani. Le conferenze hanno stimolato un dibattito approfondito, fornendo spunti preziosi per comprendere meglio le dinamiche attuali e l’impatto di questi fenomeni sulla nostra società.